Dal latino al volgare

 

Dal latino al volgare

Nei primi secoli del Medioevo la lingua della cultura era esclusivamente il latino, impiegata da una ristretta cerchia di intellettuali, il resto della popolazione usava altri idiomi, detti volgari.

 

In quei secoli solo la Chiesa riusciva a garantire continuità alla cultura classica. Infatti erano proprio i monasteri che conservavano le opere letterarie composte in età antica, e proprio loro si occupavano di ricopiarli (amanuensi). Questo esercizio di copiatura era costoso perché le pergamene erano care, quindi l’oralità era molto importante in quel periodo. Nello stesso tempo la popolazione era ignorante e quindi trovava difficile capire il latino, anche durante le funzioni religiose.

Durante l’Impero romano l’istruzione, che era svolta sempre dai monaci, assunse un ruolo importante, ma era sempre dedicata alla classe ricca. Quindi con il declino dell’Impero si erano distinti sempre più due tipi di latino: il sermo doctus e cioè la lingua degli eruditi e dei sapienti e il sermo vulgaris che era la lingua del popolo.

Il latino quindi era ormai usato solo dai grandi scrittori o nei documenti ufficiali. Il sermo vulgaris cominciò a presentare una miriade di varietà, influenzate dalle parlate precedenti alla conquista romana. Ovviamente i continui scambi commerciali e la presenza di scuole, impedivano una totale separazione tra di esse, quindi riuscivano sempre a comprendersi perché avevano una base in comune.

Con la caduta dell’impero: la scarsità di scambi commerciali, la disgregazione dell’amministrazione e della scuola, portò a un isolamento delle varie regioni. Quindi non c’era molto meno la presenza del latino ufficiale.

Inoltre, gli apporti delle lingue dei popoli invasori, germani ed arabi, influenzarono molto il nascere di queste nuove lingue.

Una testimonianza di questo importantissimo cambiamento e quindi del passaggio dal latino al volgare è un documento del concilio di Tours del’813, che chiede ai chierici di predicare in “lingua romana rustica”, cioè in volgare. Questo era un segno che la trasformazione era in stato avanzato.

 

In ogni regione d’Europa, soggetta alla dominazione romana, il latino divenne molto approssimativo. Quindi a questo punto, nacquero lingue nuove che all’inizio si manifestarono nella lingua parlata.

I volgari europei discendenti dal latino sono stati denominati “romanzi”, in quanto la loro culla era stata Roma. Però in alcune regioni, che erano state dominate da Roma, come la Germania, l’Inghilterra, Svizzera, Austria, Scandinavia e Islanda si affermarono lingue volgari di origine germanica e nella penisola balcanica e nell’Europa orientale si diffusero le lingue slave. Invece in Italia, Francia(con parte del Belgio e della Svizzera), la Penisola iberica e la Romania nacquero appunto le lingue romanze: italiano, francese, provenzale, spagnolo, catalano, portoghese, rumeno.

Un caso a parte è l’Ungheria, dove si affermò la lingua dei Magiari, popolazione di origine mongolica. A parte era anche l’Impero bizantino, dove si usava il greco.

In tutto ciò la lingua per i documenti ufficiali restava sempre il latino.

Dal momento in cui il volgare è stato usato anche per comporre opere letterarie, si può dire che sia nata la letteratura che può essere divisa per i vari volgari.

Già Dante nel suo “De vulgari eloquentia” fece una distinzione tra letteratura in lingua d’oc (in Provenza, nel sud della Francia), letteratura in lingua d’oil (nel nord della Francia e in Bretagna) e una letteratura nella “lingua del sì”(in Italia), a cui poi vanno aggiunte quella in castigliano e aragonese in Spagna.

Possiamo dire quindi che il passaggio dal latino al volgare è stato graduale.

 

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