I Promessi sposi

Quando Manzoni, all’età di 36 anni, decide di mettere mano ad un romanzo storico, cioè i Promessi sposi, è già uno scrittore famoso in Europa. Quindi si cimenta con un genere che la letteratura italiana, ancora dominata dai classicisti, guarda con diffidenza e a volte rifiuta anche.

 

Da ciò si capisce come la scelta di Manzoni sia stata molto coraggiosa, infatti non esita a mettere in discussione il suo prestigio letterario, affrontando un genere letterario che in Italia, non essendoci una tradizione, è guardato come estraneo alla cultura nazionale.

Infatti nei primi due decenni della sua attività, Manzoni si applica a generi letterari tipici della tradizione letteraria italiana come la poesia lirica e la tragedia.

Sicuramente l’ispirazione per la scelta di un nuovo genere gli venne a seguito della lettura, in traduzione francese, dei libri dell’inglese Walter Scott. Lo stesso Manzoni affermò: “Già se non ci fosse stato Walter Scott, a me non sarebbe venuto in mente di scrivere un romanzo“.

La scelta del genere romanzo poteva essere pacifica per Scott, che aveva alle spalle una grande tradizione anglosassone del Settecento (Defoe, Fieldind, Smollet), invece per Manzoni, visto che alle spalle aveva una grande tradizione di poesia, teatro e novelle, sarebbe stato tutto più difficile.

Però a differenza di Scott, il cui romanzo è spesso caratterizzato da avventure fantastiche, i Promessi sposi poichè Manzoni è soprattutto uno studioso ed erudito, inventa una trama romanzesca ambientata nella Lombardia del primo Seicento, ma la trama la sviluppa partendo da un meticoloso lavoro sulle fonti.

I personaggi sono inventati e sono di umile condizione cioè quelli che la storiografia non considera e lui decide di dargli voce, i grandi avvenimenti e gli uomini famosi costituiscono lo sfondo delle vicende vissute dai personaggi, così le vicende sono simili alla realtà che il lettore vede come vere.

Per questo al ritorno da Parigi , a Milano da’ avvio, il 24 aprile del 1821 , alla stesura del romanzo nella villa di Brusuglio dove ha portato con sè due testi di documentazione storica che probabilmente hanno contribuito alla scelta del secolo del romanzo (il Seicento): La historia patria di Giuseppe Ripamonti e l’Economia e Statistica di Melchiorre Gioia.

Ciò che spinge lo scrittore è anche l’ambizione di riuscire a raggiungere un pubblico ancora più vasto rispetto alla cerchia ristretta di quelli a cui era destinata la produzione letteraria.

Il romanzo per Manzoni risponde perfettamente alla poetica del “vero”, dell’ “interessante” e dell’ “utile” e quindi consente di rappresentare la realtà senza gli artifizi tipici della letteratura classicistica e aristocratica; si rivolge non solo alla casta chiusa dei letterati, ma a un pubblico più vasto perchè usa un linguaggio più accessibile suscitando così l’interesse del lettore comune.

Grazie al romanzo storico l’autore può divulgare al lettore notizie storiche, ideali politici, principi morali. Inoltre, poichè questo genere è nuovo, Manzoni gode di tutte le libertà perchè non deve seguire regole arbitrarie imposte dall’esterno.

Proprio per questo nella tragedia lui scrive di re o principi seguendo la tradizione, invece nel suo primo romanzo sceglie di trattare degli umili che fino a quel momento erano visti solo in luce comica. Però riesce a rappresentare la serietà delle problematiche quotidiane solo perchè i personaggi sono immersi in un contesto storico ben preciso.

Un altro forte cambiamento che Manzoni mette nella sua opera è che i personaggi non sono più tipi generali come avveniva per la letteratura classica, ma sono individui dalla personalità unica.

Tutti questi elementi fanno sì che i Promessi sposi, nella letteratura dell’Ottocento hanno la funzione di iniziare il romanzo realistico.

Inoltre Manzoni inventa un narratore molto vicino cronologicamente ai fatti, prima di tutti per dare credibilità al romanzo, infatti letterati e studiosi anche molto tempo dopo la sua morte hanno creduto veramente che il manoscritto fosse dell’autore anonimo. Inoltre in questo modo riesce a prendere le distanze dai fatti che racconta, attribuendo tutte le responsabilità all’anonimo.

LA SCELTA DEL MOMENTO STORICO

Manzoni si rivolge al Seicento lombardo perchè la descrizione della decadenza della società di quel periodo costituisce un monito per il futuro. Quindi rappresentando il periodo di massima decadenza della società lombarda, in balia della classe dirigente, condannando le barbarie e l’oscurantismo del ‘600 che investe tutti gli aspetti del vivere sociale.

Di preciso l’argomento del romanzo trae spunto dalle vicende storiche, svoltesi tra il 1628 e il 1630 a Milano e nei suoi dintorni: la carestia, i tumulti di San Martino del novembre del 1628, la discesa dei lanzichenecchi e la peste. L’ambientazione lombarda non è dovuta solo a questioni personali : la Lombardia del ‘600, sotto la dominazione spagnola, assomigliava a quella dell’inizio dell’800, sotto il dominio austriaco. Inoltre la scelta è caduta su questo periodo anche perchè la sua polemica verso questo mondo coincideva con quella della cultura illuministica che considerava trionfo dell’irrazionalità.

Quindi affida al lettore il compito di trarre le conclusioni ideologiche e politiche in chiave di attualità, cioè la Milano austriaca del suo tempo. Infatti la data dell’inizio della composizione dell’opera è aprile 1821, cioè dopo il fallimento dei moti, così attraverso la critica della società del ‘600 offre il modello di una società da ricostruire.

 

L’ELABORAZIONE DEL FERMO E LUCIA

La data dell’inizio del romanzo si legge sul manoscritto autografo: 24 aprile 1821: tra aprile e maggio Manzoni scrive i primi due capitoli e la prima stesura dell’Introduzione, però interrompe il lavoro per portare a termine l’Adelchi . In seguito è indeciso se iniziare un’altra tragedia di nome Spartaco, ma a seguito di una conversazione epistolare con l’amico Fauriel cambia idea, dove espone la sua concezione di romanzo e inoltre racconta all’amico le sue titubanze riguardo alla lingua da usare e alla necessità di inventare una prosa italiana moderna avendo come riferimento la parlata toscana. Quindi apre con quarant’anni di anticipo la questione di una lingua nazionale.

La prima redazione del romanzo fu chiusa il 17 settembre 1823. Non aveva titolo ma si pensa che l’autore l’aveva provvisoriamente denominata Fermo e Lucia, dal nome dei due protagonisti (Fermo poi diventerà Renzo).

La seconda fase comincia intorno al marzo 1824, quando l’autore procede ad una grande revisione del romanzo, in cui modifica sia la struttura che la lingua: vengono eliminate le lunghe digressioni e gli episodi particolarmente romantici e corrispondenti al gusto del romanzo nero e gotico, riduce per esempio l’episodio della monaca di Monza e cambia anche molti nomi come appunto quello di Fermo in Renzo, infine cerca di uniformare la lingua a quella del toscano vivo. Questa revisione porta alla stampa del romanzo nel 1827 in tre tomi, chiamata “ventisettana” dall’anno della stampa. Il titolo era quello definitivo “I promessi sposi“.

Dopo venti giorni sono già state vendute seicento copie delle mile tirate e il libro è ristampato da editori di altre regioni d’Italia in edizioni non autorizzate. Nel 1828 appaiono in Francia due traduzioni e a Pisa si pubblica la prima versione in inglese: il successo decretato da subito dal pubblico è tale da non essere mai successo fino ad allora.

Manzoni insoddisfatto della revisione linguistica del romanzo, attraversa una terza fase rielaborativa, che non tocca la struttura dell’opera ma solo la lingua, in modo da uniformarla meglio al fiorentino in uso tra i toscani colti.

Il viaggio in toscana intrapreso con la famiglia nel 1827 gli permette l’elaborazione definitiva dei Promessi Sposi destinata a concludersi con l’edizione del 1840 (la Quarantana). Non si tratta appunto di un rifacimento come nel caso della seconda edizione ma di un’ossessiva revisione linguistica facendo appunto, come già detto, riferimento alla parlata fiorentina.

L’edizione del 1827 vedeva il romanzo scritto nel toscano letterario che l’autore aveva imparato dai libri. Ma il suo scopo era quello di offrire, insieme al romanzo, un modello di lingua che potesse essere parlata da tutti gli italiani: occorreva perciò una lingua viva, che secondo lui era quella parlata a Firenze.

La revisione dei Promessi Sposi fu interrotta in seguito alla morte dell’amatissima Enrichetta, cui seguì, l’anno successivo , la scomparsa della sua primogenita. A causa di queste tristi vicende familiari e alcuni malanni fisici, il lavoro lo riprese solo dopo il secondo matrimonio con Teresa Borri, avvalendosi dell’aiuto di consulenti fiorentini.

In occasione della nuova edizione ,Manzoni decise di farsi imprenditore e di pubblicare il romanzo con illustrazioni, in modo da evitare pubblicazioni non autorizzate e nello stesso tempo avere anche un ritorno economico. La prima dispensa comparve nel novembre 1840, ma non ebbe molto successo, nonostante contenesse anche l’inedita Storia della colonna infame, molte copie rimasero invendute e quindi ciò gravò sulle finanze dell’autore.

La Storia della colonna infame è il resoconto del processo giudiziario contro i presunti untori, ed è strettamente legata al romanzo e ciò lo si capisce dal fatto che ha la stessa impaginazione dei Promessi Sposi.

La fine del romanzo termina con una illustrazione di un felice quadretto familiare : un tavolo, una mensola, delle stoviglie, un cesto di panni, e Renzo in piedi che discute con Lucia che si trova seduta, e un po’ più in là c’è Agnese seduta con in braccio un bebè. La pagina è numerata con 746, ma anche la pagina 747 contiene un’illustrazione ma di altro tipo, infatti è disegnato un vicolo, una colonna, una targa sul muro di una casa, in primo piano tra erbe e mattoni è incisa la parola “Storia”, “della colonna”, “infame”. Non esiste una pagina bianca o qualcosa che dia una soluzione di continuità tra i due testi: solo a pagina 864, alla fine della Storia della colonna infame si legge la parola fine.

 

LA STRUTTURA DELL’OPERA

Il titolo definitivo del romanzo di Manzoni è I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. La storia include una Introduzione , in cui compare l’inizio della trascrizione di un presunto manoscritto del Seicento, che conteneva il resoconto della storia tra Renzo e Lucia, poi 38 capitoli di narrazione ed infine , in appendice, la Storia della colonna infame.

L’intero romanzo lo si può dividere in sei nuclei narrativi. Ovviamente i protagonisti sono Renzo e Lucia.

In alcuni capitoli appaiono insieme, in altri separatamente. Oltre a questi nuclei vi sono tre disgressioni: la storia di Gertude, ovvero la Monaca di Monza, quella dell’innominato e quella della carestia, della guerra e della peste.

All’inizio del racconto il tempo è molto lento ed analitico, infatti i primi tre nuclei narrativi, cioè fino al capitolo XVII, narrano di vicende che avvengono in un periodo che va dal 7 novembre al 13 novembre 1628; cioè diciassette capitoli per parlare di sette giorni. Le vicende si susseguono con il ritmo di singole giornate dedicate alle avventure dei protagonisti. In seguito più si allunga il tempo della storia narrata, più il racconto si fa più condensato e sommario. Tutto il racconto si svolge nell’arco di due anni, cioè dal 7 novembre 1628 ai primi di novembre del 1630.

In definitiva per raccontare i primi 40 giorni Manzoni usa venticinque capitoli, mentre i mesi restanti li racconta in tredici capitoli.

Tutto ciò avviene perchè lo scrittore presenta all’inizio i personaggi principali, anche mostrandoli in azione e quindi ciò lo porterà ad essere molto più spedito nei capitoli successivi. Nella parte finale invece prevale l’intento morale e riflessivo, cioè Manzoni vuole trasmettere un messaggio ideologico preciso.

Un momento molto importante del romanzo è la conversione dell’Innominato nel capitolo XXI, lo si può considerare un capitolo di svolta, quindi da qui le cose per i due innamorati cominceranno a trovare la giusta strada.

Inoltre, possiamo distinguere due spazi fondamentali dove si sviluppano le vicende e cioè il paese e la città, importanti sono gli spazi chiusi che si avvicendano, uno dei più importanti è il castello.

I due protagonisti, entrambe appartenenti al mondo degli umili essendo due operai della seta, hanno caratteristiche morali complementari. Renzo è un personaggio dinamico, coraggioso e generoso. Lo si può definire un eroe cercatore, sempre in azione per raggiungere l’oggetto del desiderio.

Lucia è un personaggio che anche se possiede grandi qualità spirituali appare statico e indecifrabile. La si può considerare un personaggio domestico, il suo spazio è la casa, o comunque un interno, infatti all’esterno appare incerta e timorosa per affrontare la vita, infatti per farlo deve appoggiarsi al braccio materno. Tuttavia non è una figura debole. Alle sue parole e a quelle di padre Cristoforo è affidata la parte dottrinale del romanzo, quindi lei è il vero personaggio ideologico perchè è lontana dal caos delle passioni ma si abbandona alla fiducia nella legge e nella volontà di Dio.

Non bisogna però pensare che un romanzo così complesso gravi solo su questi due personaggi. Infatti l’autore crea un sistema di personaggi ben articolato. Ci sono i personaggi protettori come padre Cristoforo e in seguito il cardinale Federigo Borromeo. Poi ci sono gli oppositori che sono don Rodrigo e l’innominato, che a loro volta per raggiungere i loro maligni obbiettivi si avvalgono dell’aiuto di don Abbondio prima e poi di Gertrude.

I personaggi possono essere divisi in coppie in base alla similarità: Renzo e Lucia sono le vittime; padre Cristoforo e il cardinale sono i protettori e i rappresentanti della Chiesa “buona“; don Abbondio e Gertrude sono coloro che vengono usati dagli oppressori per raggiungere il loro scopo e quindi rappresentano la chiesa “cattiva“; don Rodrigo e l’innominato (solo all’inizio quest’ultimo) sono gli oppressori, esponenti del potere sociale.

Questi otto personaggi per metà appartengono al mondo laico e l’altra metà al mondo ecclesiastico.

IL NARRATORE

Il narratore di questo romanzo è onnisciente, conosce passato, presente e futuro, è informato su avvenimenti che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi, inoltre sa quello che pensano e sentono nell’intimo tutti i personaggi, quindi ha conoscenze anche maggiori degli stessi. Inoltre lo si può considerare anche un narratore palese perchè interviene ad illustrare vicende anteriori dei personaggi, descrivendo il loro aspetto, il loro carattere e spiegando anche le motivazioni di determinati comportamenti.

Se vogliamo essere precisi i narratori sono due, appunto quello onnisciente che è l’io narrante, e l’altro è l’Anonimo autore del manoscritto che racconta la storia di Renzo e Lucia. Ovviamente il primo ne sa molto di più dell’altro perchè non solo può controllare la veridicità dei fatti attingendo da varie fonti ma ha anche una consapevolezza linguistica, morale e culturale nettamente superiore. Proprio lui con i suoi giudizi e spiegazioni indica al lettore dove si trova il bene e dove il male.

In alcuni tratti viene anche adottato il punto di vista particolare di un personaggio, quindi vediamo tutto attraverso i suoi occhi (focalizzazione interna).

 

Manzoni e i Promessi sposi