De vulgari eloquentia

 

Il De vulgari eloquentia, che significa “intorno all’arte del dire in volgare“, fu scritto da Dante tra il 1304  il 1308 nello stesso periodo del Convivio e quindi dopo l’esilio.

E’ un trattato in prosa latina, destinato ad un pubblico di dotti per farli riflettere sulla lingua italiana e quindi gettò le basi per quella che sarrebbe stata la questione della lingua. Quindi Dante sceglie il latino perchè la sua non voleva essere un’opera di divulgazione ma di scienza.

Il De vulgari eloquentia è rimasta incompiuta al capitolo quattordicesimo del secondo libro.

Il poeta fiorentino inizia la trattazione rifacendosi al racconto biblico della torre di Babele. Nella confusione e nella divisione della lingua naturale, dopo la punizione inflitta da Dio agli uomini, si formarono tanti diversi idiomi usati da gruppi di uomini che si insediarono pian piano in luoghi diversi. Uno di questi gruppi si era stanziato nell’Europa sud occidentale, il loro idioma si era poi diviso in tre parlate che Dante chiamò volgare di oil (francese), d’oc (provenzale) e del (italiano). Inoltre, afferma che quello italiano comprendeva molti dialetti che erano in continuo cambiamento. Con la precisione distinse 14 dialetti, ognuno dei quali si poteva a sua volta ramificare in molte varietà idiomatiche.

 

A seguito di ciò Dante affermava che c’era bisogno di adottare una lingua comune che rispecchiasse l’unità spirituale e culturale della Nazione.

Nel I libro il poeta distingue la prima lingua o lingua naturale, che si apprende già dalla nascita e che non è universale, dalla lingua artificiale che si basa su regole precise e si apprende con lo studio. Poi mette in risalto la superiorità del volgare del sì, quindi quello italiano, dagli altri due. Purtroppo dall’analisi dei vari dialetti non riesce a trovare il volgare perfetto perchè esso deve essere:

  • illustre, che si innalza al di sopra degli altri volgari e dà importanza a chi lo usa;
  • cardinale, perchè deve essere il cardine attorno al quale ruotan gli altri volgari;
  • aulico, perchè deve essere una lingua degna di essere parlata in una reggia;
  • curiale, perchè deve essere elaborata dagli uomini di cultura.

Nel II libro Dante afferma che il volgare illustre deve essere usato solo per argomenti elevati. Quindi alla fine di tale trattato, anche se incompiuto, si evince come la lingua d’uso prevalga sulla lingua colta e la lingua parlata sulla lingua scritta.

 

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