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La crisi dell’Impero

 

A partire dal III secolo a.C. l’impero entrò in un lungo periodo di crisi.

Per governare un territorio così vasto servivano un esercito numeroso e molti funzionari, ed entrambi erano pagati con le tasse dei cittadini. Ma proprio l’aumento continuo delle tasse costrinse moltissimi contadini a vendere la terra ai grandi proprietari. Così molti terreni furono abbandonati, l’agricoltura non fu più in grado di produrre cibo a sufficienza e la popolazione diminuì.

Per difendere l’impero occorreva un esercito potente e perciò i comandanti cominciarono ad arruolare mercenari fra i popoli nomadi che si erano stabiliti lungo i confini, ma non sempre questi mercenari rimanevano fedeli a Roma. L’esercito divenne più debole, anche perchè i comandanti combattevano tra loro per conquistare un potere personale sempre più grande, e queste lotte portarono a devastazione e miseria.

   
 

Nel 284 d.C. l’imperatore Diocleziano per poter amministrare un territorio così vasto, decise di affidare il governo a una tetrarchia: due Augusti (imperatori) avrebbero governato uno in Occidente e uno in Oriente, e due Cesari (vice imperatori) avrebbero sostituito gli augusti alla loro morte. La soluzione non funzionò e scatenò rivalità tra i pretendenti alla successione. Le lotte cessarono solo con Costantino, che nel 330 d.C. spostò la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio (oggi Istanbul), in Oriente, chiamandola Costantinopoli. A Costantino successe Teodosio, il quale stabilì che alla sua morte, avvenuta ne 395 d.C., l’impero sarebbe stato diviso in due parti:

  • l’Impero romano d’Occidente, con capitale Milano;
  • l’Impero romano d’Oriente, detto “bizantino”, con capitale Costantinopoli.

 

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