Il Cinquecento fu caratterizzato da un lungo dibattito tra gli intellettuali italiani sulla “questione della lingua“. Ormai il volgare si era elevato, quindi aveva raggiunto una certa dignità letteraria grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio. Quindi ormai nel Cinquecento vi era una tradizione letteraria per il volgare, che poteva essere imitata come si era fatto per il latino nel Quattrocento.

Nel 1525 Pietro Bembo pubblicò le “Prose della volgar lingua“, in cui affermava che l’italiano perfetto era stato raggiunto dal volgare toscano del Trecento, in particolare la poesia del Canzoniere di Petrarca e la prosa del Decameron di Boccaccio erano i riferimenti da imitare.

Il volgare usato da Petrarca era ricercato e selezionato, la sua poesia era facilmente imitabile, essendo formata da un numero ristretto di vocaboli.

Questo è il motivo per cui il volgare di Dante non venne preso in considerazione da Bembo essendo caratterizzato da pluringuismo, quindi dall’uso di linguaggi diversi che spaziavano da quelli elevati a quelli più bassi.

Anche per Boccaccio potrebbe valere lo stesso discorso ma Bembo operò una selezione prendendo in considerazione solo le novelle tragiche.

Bembo avrebbe voluto creare una sola lingua, nonostante l’esistenza dei diversi dialetti, ovviamente la sua risultò un’operazione difficile ed astratta.

 

Altri che sollevarono la questione della lingua furono Giorgio Trissino, secondo il quale il linguaggio letterario dovesse ispirarsi a quello parlato nelle corti italiane, raccogliendo il meglio. Su questo concetto si basava il pensiero di Baldesar Castiglione che sosteneva che l’italiano avrebbe dovuto contenere vocaboli delle manifestazioni letterarie della corte e delle lingue parlate in Italia, quindi non smentiva il primato della tradizione letteraria toscana del Trecento, ma pensava che la lingua italiana dovesse essere effettivamente parlata e disponibile.

Anche Niccolò Machiavelli in questo dibattito propose di scegliere il fiorentino parlato.

Sicuramente a prevalere fu la teoria di Bembo e nel 1583 in linea con la sua teoria nacque a Firenze l’Accademia della crusca, dove un gruppo di letterati fiorentini si riuniva per scambiarsi battute. Tra questi vi era Salviati che pensava che la lingua italiana dovesse contenere solo i vocabli della tradizione letteraria toscana fino al Trecento. Nel 1612 fu pubblicata la prima edizione del vocabolario della crusca.

 

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